PLUSDOTAZIONE…Esistono davvero bambini più dotati della media?

Sì, esistono davvero. Si tratta di una complessa costellazione di fattori e caratteristiche genetiche, psicologiche e aspetti comportamentali che caratterizzano circa il 5% della popolazione.
Questi bambini, confrontati con i loro coetanei, mostrano eccezionali livelli di abilità generali o specifiche, collocandosi al di sopra della media.  Questi bambini si differenziano dai loro pari per la velocità e lo stile attraverso cui acquisiscono ed elaborano le informazioni, in genere imparano più velocemente, precocemente e in modo qualitativamente differente dai loro coetanei. Alcuni risultano molto competenti in alcune aree funzionali, altri possono sviluppare un potenziale eccezionale in una ristretta area di interesse. Ad esempio risultano comuni fra questi bambini uno sviluppo ampio e precoce del linguaggio, un’elevata abilità di problem solving e ragionamento astratto, un’ottima memoria, alti livelli di curiosità e di motivazione intrinseca ad apprendere, alti livelli di energia motoria, reazioni emotive intense al dolore, alla frustrazione ed al rumore, difficoltà a regolare le proprie emozioni. Questo ultimo aspetto per alcuni può rappresentare un ostacolo nella modulazione dell’intensità dei propri vissuti interni e nell’adeguare il comportamento al contesto.
In Italia non esiste una legislazione che regolamenti  l’identificazione degli studenti ad alto potenziale e le loro esigenze formative. La formazione degli insegnanti su queste tematiche purtroppo è spesso opzionale, il pregiudizio più dannoso è che il bambino ad alto potenziale, grazie al suo corredo intellettivo, possa sviluppare le sue abilità da solo e crescere in modo armonioso in autonomia. Niente di più pericoloso per questi bambini: il rischio è di farli vivere in un profondo disagio e di rendere invisibili bambini dotati che per diverse ragioni presentano un rendimento inferiore rispetto alle loro possibilità o che mettono in atto condotte disfunzionali. La plusdotazione rappresenta un potenziale, i bambini e i ragazzi che hanno doti spiccate devono essere adeguatamente sostenuti nello sviluppo dei loro talenti. Si tratta senza dubbio di una grande sfida, un ruolo fondamentale è giocato dai genitori e dagli insegnanti.

 

Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale Della DISFAGIA

La disfagia è un disturbo a carico della deglutizione. La sua insorgenza può essere dovuta a lesioni cerebrali come nei casi di Ictus,  di morbo di Parkinson, di Sclerosi Laterale Amiotrofica. In alcuni casi può essere una conseguenza dell’indebolimento muscolare del distretto deputato  o un effetto collaterale di una terapia farmacologica.
Chi ha difficoltà/fastidio/dolore al momento della deglutizione deve comunicarlo per tempo al proprio medico: è importante sottoporsi a una diagnosi precoce per trattare il disturbo fin dai primi sintomi e segni.

Sul sito della Regione Piemonte è scaricabile il nuovo PDTA relativo alla disfagia dell’adulto e dell’anziano

http://www2.aress.piemonte.it/cms/documenti

Qui è possibile trovare l’inquadramento clinico della disfagia oro-faringea, l’aggiornamento delle linee guida con la letteratura di riferimento, il percorso clinico all’interno dei diversi contesti riabilitativi e tutte le informazioni relative alla metodologia del gruppo di lavoro che ha partecipato alla sua stesura.

COME EDUCARE LA BOCCA… PREVENIRE L’INSORGENZA DI DISTURBI ARTICOLATORI E DEGLUTITORI CON SEMPLICI ACCORGIMENTI

L’educazione della bocca e delle sue funzioni dovrebbe far parte dell’educazione impartita ai bambini, come per qualunque altro distretto corporeo, in quanto l’equilibrio neuromuscolare e la capacità di eseguire movimenti anche complessi e coordinati (come nella realizzazione della masticazione e nella produzione dei suoni linguistici) dipendono dalla modalità con cui le funzioni orali sono state stimolate.

Adottiamo atteggiamenti strategici:

  • Favorire la tolleranza alla penetrazione in bocca di forchette, cucchiai e spazzolino, attraverso piacevoli momenti di gioco;
  • Non protrarre l’uso di ciucci e biberon oltre i 18 mesi di età;
  • Scoraggiare il succhiamento del pollice o di altri oggetti (es. il fazzoletto o un pelouche) come gesto consolatorio, in alternativa al ciuccio;
  • Non semplificare eccessivamente la dieta in senso qualitativo e/o in senso funzionale per rendere più veloce il momento del pasto o per paura che cibi troppo elaborati o con una specifica consistenza possano essere di difficile gestione, digestione o perfino “pericolosi”. Questi timori possono indurre i genitori a preparare al bambino solo piatti noti, semplificati all’estremo, nei quali i sapori non sono valorizzati (es. pasta all’olio, carne a vapore, ecc…), sostituire uno dei pasti con latte e biscotti nel biberon, prolungare l’uso di cibi semisolidi, passati o tritati per facilitare la masticazione e la digestione;
  • Prima di eliminare dalla dieta per periodi prolungati alimenti “sospetti” di indurre reazioni allergiche o intolleranze portare avanti un’adeguata indagine clinica, con l’aiuto di un esperto consulente alimentare;
  • Evitare di insistere affinché il bambino svuoti il piatto o completi il pasto dal primo alla frutta, magari imboccando il bambino anche se è ormai in grado di fare da solo, nell’ansia che la pappa possa andare dispersa oppure presentando sempre i soliti alimenti “graditi”, per essere certi che venga assunto almeno un certo quantitativo di cibo.
    Tutto questo squalifica il cibo, rende passivo il bambino e spegne facilmente il piacere di mangiare e l’interesse a sperimentare cibi differenti;
  • Accertarsi che durante il pasto il bambino assuma posture adatte al processo di alimentazione (es. mentre è sdraiato o ci volta le spalle) o con strumenti non idonei (es. con cucchiai molto grandi), in luoghi non adeguati (es. divano), in ambienti rumorosi, in condizioni non appropriate (ad es. in piedi mentre si sta parlando al telefono o mentre il bambino si trova di fronte al televisore) oppure non rispettando i suoi tempi (es. imboccandolo nuovamente mentre ha ancora del cibo in bocca).

Offriamo stimoli positivi:

  • Utilizzare ogni momento della giornata per sperimentare ciò che possiamo fare con la bocca: sputare con forza nel lavandino dopo aver sciacquato i denti, fare boccacce, linguacce e pernacchie, fischiare, soffiare le bolle, su una candela o dentro un flauto, gonfiare i palloncini, dare voce ai personaggi e agli oggetti nel gioco, imitare i rumori, riprendere suoni casualmente prodotti e rinforzarli ripetendoli a turno, etc…;
  • Dotare il bambino di posate adatte alle sue piccole mani ed alla sua piccola bocca e di stoviglie antiurto e lasciare che sperimenti con il cibo: solo sporcandosi e bagnandosi imparerà a regolare i propri gesti;
  • Incoraggiare l’uso della cannuccia, del bicchiere e dello spazzolino da denti (purché di dimensioni adeguate), lasciando che il bambino faccia da solo. Nel bambino più piccolo non impedire l’introduzione in bocca delle mani o dei giochi purché siano ben puliti e sicuri e sollecitare con questi e con le mani l’esterno delle labbra e l’interno della bocca;
  • Evitare le merendine ed i dolciumi se ai pasti il bambino ha poco appetito;
  • Utilizzare alimenti graditi al bambino, come premio per comportamenti corretti o consumarli con limitazione in circostanze “speciali”;
  • Evitare di cedere se il bambino desidera sempre “quello che non c’è”: non assecondare i suoi capricci affannandosi a preparare quello che richiede, se lascia nel piatto la pietanza offerta al resto della famiglia;
  • Concordare dei tempi per il pasto e invitare tutti a rispettarli: non lasciare che il piccolo, pur di mangiare tutto resti a tavola per ore. Tollerare una certa lentezza ma, concessa un’adeguata proroga, sparecchiare la tavola ricordando i patti.

Nuova tecnica promettente sul fronte AFASIA

L’afasia è un disturbo della comunicazione verbale causato da una lesione cerebrale acquisita. L’afasia colpisce una persona quando questa aveva già sviluppato una competenza linguistica e comunicativa, adeguata all’età ed all’ambiente socio-culturale di appartenenza. La lesione può insorgere in maniera improvvisa, come nel caso delle lesioni traumatiche (trauma cranico) e in quelle vascolari (ictus emorragico o ischemico), o instaurarsi in maniera lenta e progressiva come nel caso delle formazioni tumorali e delle malattie neuro-degenerative.
L’afasia si manifesta sia sul versante della comprensione del linguaggio, sia su quello della produzione linguistica, interessandone le principali componenti: fonologica, semantico-lessicale, morfologica e sintattica.

Molto interessanti i risultati emersi  a seguito de recente studio di ricerca scientifica del Department of Communication Sciences and Disorders, Univeristy of South Carolina (pubblicati in Brain 2012:135;3815-3829). Questi mettono in luce il ruolo positivo degli stimoli audio-visivi nel processo articolatorio implicato nella produzione verbale di persone afasiche. Lo studio compara il ruolo dei soli stimoli uditivi, con quello di stimoli che investano i due canali percettivi: uditivo e visivo. I pazienti oggetto di studio mostrano un significativo miglioramento della performance verbale se esposti ad un training che permetta loro di visualizzare i movimenti articolatori buccali e contemporaneamente udire i suoni corrispondenti alla parola/frase target oggetto di training. Gli autori chiamano“Speech Entrainment” questo particolare intervento riabilitativo che implica il “mimare” l’altro durante la produzione verbale-articolatoria. Nonostante il training sia focalizzato su di un ventaglio predeterminato di parole/frasi ed il linguaggio spontaneo non sia oggetto di trattamento, gli autori si interrogano sulla possibilità di mettere in atto, durante la conversazione naturale – supportata dall’utilizzo di uno schermo portatile- un campione di frasi utili a sostenere la comunicazione al di fuori del contesto di terapia. Infine, i riscontri in fMRI confermano il ruolo del training sui networks cerebrali, evidenziando una maggiore attivazione corticale bilaterale. I risultati preliminari indicano che lo “Speech Entrainment” migliora la produzione verbale nei pazienti afasici e pertanto può rappresentare un potenziale metodo terapeutico per un disturbo che si è dimostrato essere particolarmente resistente al trattamento riabilitativo.

Guarda il video HELPING STROKE VICTIMS COMMUNICATE_ University of South Carolina

http://www.youtube.com/embed/AcXK9KhlNAU

Cosa si intende con NEUROPSICOLOGIA?

La neuropsicologia è una disciplina scientifica nata nella seconda metà dell’800, con la scoperta che lesioni cerebrali sinistre frontali possono causare deficit specifici del linguaggio; la scoperta fu fatta dal Paul Broca, antropologo, neurologo e chirurgo francese. La neuropsicologia moderna si avvale di contributi provenienti dalla neurologia, dalla psicologia e da diverse branche della scienza come la statistica e psicometria, la linguistica, la neuroradiologia, le neuroimmagini  e la neurofisiologia. La neuropsicologia ha come obiettivo lo studio dei processi cognitivi e comportamentali, per questo scopo cerca la loro correlazione con i meccanismi anatomo-funzionali che ne sottendono il funzionamento. La neuropsicologia ha giocato un ruolo fondamentale nella dimostrazione che la mente non è unitaria e monolitica, bensì è articolata in diverse componenti tra loro interconnesse. La finalità è duplice: i deficit causati dalle lesioni cerebrali sono indagati sia per esplorare la struttura funzionale della mente ed i suoi correlati neurali (neuropsicologia sperimentale), sia con finalità diagnostiche e riabilitative (neuropsicologia clinica). La componente clinica e quella sperimentale sono strettamente legate e interdipendenti: da una lato le nuove scoperte si trasferiscono nella pratica clinica e dall’altra l’osservazione clinica riesce a fornire elementi fondamentali per la ricerca sperimentale. 

Qual è l’iter della presa in carico Logopedica?

La richiesta di consulenza logopedica viene accolta  attraverso un primo colloquio, una valutazione diagnostica e l’eventuale proposta di trattamento.

Nello specifico:

La VALUTAZIONE DIAGNOSTICA prevede le seguenti fasi:

  1. Colloquio anamnestico e apertura della cartella clinica dell’utente.
  2. Inquadramento diagnostico attraverso l’osservazione qualitativa e l’utilizzo di scale di valutazione standardizzate. Tale fase può richiedere un numero variabile di sedute (1-5), queste permettono la definizione del quadro clinico. Può inoltre venire richiesta la valutazione di un referente clinico (Foniatra, Fisiatra, Dentista, Psicologo, Neurologo, Neuropsichiatra infantile).
  3. Relazione d’ingresso: a conclusione del percorso valutativo la logopedista provvede alla stesura della relazione di ingresso in cui vengono descritti i fattori emergenti dal percorso diagnostico e le proposte di intervento.
  4. Colloquio di restituzione: conclusa la fase di valutazione diagnostica viene fissato un momento di restituzione del caso, viene illustrata la relazione d’ingresso ed il quadro clinico emerso dalla valutazione. In quella sede vengono prescritti eventuali esami clinici necessari e qualsiasi altra proposta diagnostico- terapeutica ritenuta utile per l’assistito.

L’INTERVENTO
Se alla conclusione della valutazione diagnostica si ritiene necessario un intervento logopedico questo verrà delineato all’utente.
Le prestazioni previste per la presa in carico sono:

  • Intervento logopedico diretto o indiretto;
  • Controlli clinici: a cadenza regolare lo specialista effettua un controllo clinico al fine di valutare l’evoluzione del disturbo, l’efficacia del trattamento, la necessità eventuale di altri approfondimenti o interventi;
  • Verifica del piano di trattamento: periodicamente la valutazione logopedica viene aggiornata attraverso la somministrazione degli stessi strumenti utilizzati in fase di valutazione iniziale in modo da valutare l’evoluzione del quadro, indicatore dell’efficacia di intervento;
  • Rapporti con altre istituzioni: la caratteristica delle patologie seguite può comportare la necessità di raccordi con altri enti e professionisti;
  • Discussione caso: qualora sia stato richiesto l’operato di un referente clinico, quest’ ultimo e la logopedista si incontreranno a cadenza regolare per discutere l’andamento del percorso ri/abilitativo e pianificare il proseguo della presa in carico.
  • Stesura relazioni e certificati: si rilascia una relazione a conclusione della valutazione diagnostica (relazione d’ingresso) ed alla conclusione del trattamento logopedico (relazione di cessazione della presa in carico). Su esplicita richiesta vengono rilasciate relazioni cliniche in itinere o certificazioni.

CONCLUSIONE DELL’INTERVENTO
A conclusione del trattamento la logopedista predispone la relazione finale dell’iter di intervento. La relazione illustrerà il percorso di trattamento compiuto ed i risultati ottenuti, relativamente agli obiettivi prefissati. Verranno delineate le prospettive future per l’utente, eventuali percorsi di accompagnamento o di passaggio ad altro servizio qualora ve ne fosse l’indicazione.